Stop al Jobs Act!

 

Con l’approvazione del Job’s Act alla camera, il governo Renzi – non a caso degno rappresentante del padronato nostrano e del capitale europeo – aggiunge l’ennesimo tassello al progetto di cancellare gli ultimi residui di diritti sociali e di rendere le nostre vite sempre più precarie, ricattabili e sfruttate.

 

Il salto di qualità compiuto dalla nuova riforma è evidente:

  • semplificazione dell’utilizzo dei contratti a termine (quelli che tutti/e noi conosciamo bene) estendendone la durata e cancellando l’obbligo (fin’ora vigente ma in pratica quasi mai rispettato) di giustificarne l’uso solo in presenza di cause eccezionali e temporanee.
  • Potenziamento del contatto di apprendistato come la forma di lavoro “usa e getta” preferita dai padroni, grazie a salari ridotti fino al 35% e nessun obbligo di assunzione o di rendere conto circa formazione professionale svolta all’apprendista.
  • Abolizione della tutela dell’articolo 18 con assoluta libertà di licenziamento, impedendo così ogni forma di organizzazione collettiva per migliorare le condizioni lavorative. Non a caso la legge prevede anche la possibilità di controllare i lavoratori con strumenti telematici o tramite videosorveglianza.
  • Introduzione del “contratto a tutele crescenti”, ovvero l’ennesimo strumento di ricatto che costringerà ogni nuovo assunto a barattare il proprio posto di lavoro in cambio di salari ridotti e assoluta fedeltà al padrone.

 

In pratica, da ora in poi, la legge sancisce che il tempo dei diritti e del lavoro stabile è definitivamente tramontato e che la precarietà deve diventare la condizione di lavoro tipica per tutti. Lo scopo evidente è quello di dividere ulteriormente la classe lavoratrice e spingere ancora più in basso i salari: con la scusa di far ripartire la crescita il capitale continua a scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori. La nuova riforma, dunque, di nuovo ha veramente poco. Si tratta, anzi, di una vecchia novità: quella del capitale in lotta contro il lavoro. Ma la disastrosa situazione attuale è anche il frutto avvelenato di decenni di concertazione portata avanti dalle dirigenze dei sindacati confederali CGIL-CISL-UIL, che hanno preferito barattare la difesa dei diritti del lavoro con la gestione di sacche residue di potere burocratico.

 

Anche il mondo della formazione assume le caratteristiche di una enorme palestra di precarietà. Un campo di addestramento per la forza lavoro flessibile, dequalificata e sottomessa che andrà ad ingrossare la schiera di lavoratori a basso costo con cui le imprese tentano di salvare i loro profitti dalla crisi. Le numerose riforme di scuola e università – anch’esse partorite in ambito Ue ed eseguite dai governi nostrani indifferentemente dal colore politico – hanno disegnato un sistema formativo a uso e consumo delle esigenze di profitto delle aziende private. Infatti, mentre i capitali privati controllano ormai direttamente la produzione culturale nelle scuole e negli atenei, i costi dell’istruzione crescono a tutti i livelli costituendo di fatto un implacabile meccanismo di selezione di classe.

 

Durante tutto il percorso di studi siamo sottoposti ad una continua selezione attraverso i test INVALSI, i corsi a numero chiuso, i test di autovalutazione e le lauree 3+2+n. La cultura che ci viene sottoposta è sempre più dequalificata, nozionistica e ideologica. L‘ideologia meritocratica non solo nasconde e legittima la selezione di classe presentandola come il giusto e naturale incentivo al merito individuale, ma scatena una accanita competizione tra gli studenti più produttivi. Questa competizione nelle scuole e nelle università è, purtroppo, effettivamente “formativa”, poiché prefigura la nostra posizione su mercato del lavoro, addestrandoci all’individualismo e imponendoci una forma mentis competitiva che ci impedisca di organizzarci collettivamente per reclamare condizioni di vita e di lavoro dignitose.

 

Il punto è che noi studenti siamo, prima di tutto, lavoratori: forza-lavoro in formazione, certo, ma sempre più spesso diventiamo forza-lavoro vera e propria, grazie ai tirocini non retribuiti inseriti obbligatoriamente nei nostri piani di studio; oppure siamo costretti a mille lavoretti precari per sopperire ai tagli al diritto allo studio.

 

Pertanto, le riforme del mercato del lavoro che introducono maggiore “flessibilità” sono i nostri primi nemici. Ci hanno raccontato che siamo la “generazione senza futuro” per colpa di quei lavoratori “garantiti” che non vogliono rinunciare ai propri “privilegi sindacali” per far posto ai “giovani”. Questa logica da guerra tra poveri va ribaltata: in realtà, la colpa è solo dei padroni che non vogliono rinunciare ai loro profitti! I contratti precari e i tirocini obbligatori contribuiscono a peggiorare le condizioni di vita e di lavoro di tutti, anche dei cosiddetti “garantiti”, perché frammentano la classe lavoratrice riducendone la forza contrattuale.

 

L’unica alternativa si trova nella lotta autorganizzata. Nel creare spazi di antagonismo e crescita collettiva all’interno delle scuole e delle università ma, come studenti e lavoratori futuri e attuali, dobbiamo organizzarci anche al di fuori del mondo della formazione per contrastare attivamente le politiche governative insieme a tutti i soggetti sociali che, come noi, subiscono la crisi e lo sfruttamento.

Collettivo Politico * Scienze Politiche

Per il 26 novembre alla Camera è fissato il voto sul Jobs Act.
Il sindacalismo di base e tutte le realtà politiche e sociali che a Firenze hanno costruito la giornata di sciopero generale del 14 novembre rilanciano l’appello per essere di nuovo in piazza!

Appuntamento il 26 novembre alle ore 18.00 in Via Martelli 4 davanti alla sede regionale del Partito Democratico!

NO JOBS ACT!

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