Torniamo di nuovo a parlare di Diritto allo Studio.
 ADESIVObuono
Molti penseranno: “Ancora? Di nuovo?Che senso ha?”.
“Ancora” perché anno dopo anno ci troviamo di nuovo a confrontarci, nella nostra dimensione di studenti e futuri lavoratori, con le tendenze generali dell’università in relazione al mondo del lavoro.
“Di nuovo” perché abbiamo sulle nostre spalle tutto il peso di una crisi devastante e di un presente sempre più precario.
“Il senso” è quello di aprire uno spazio di dibattito, confrontarci e discutere insieme di quello che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle per trovare un modo per organizzarci collettivamente e superare così le difficoltà che dobbiamo affrontare quotidianamente. Il fine di questo pamphlet perciò, è quello di riprendere il discorso da dove l’avevamo lasciato, soffermandoci su alcuni aspetti che riteniamo importanti.
Il primo è senz’altro quello del diritto allo studio, inteso come l’insieme delle esigenze materiali che compongono la nostra vita di studenti universitari. Esigenze che dovrebbero essere soddisfatte per far si che l’opportunità di studiare sia davvero un diritto fondamentale.
Tasse, mensa e alloggi: in che misura rispondono ai nostri bisogni? Riescono a garantire l’accesso universitario a tutti oppure, tra stringenti criteri dimerito e produttività, effettuano una feroce selezione? Quanti di noi hanno problemi con gli affitti o ad accedere alle liste dell’Ardsu? Quanti mesi passano prima di sapere se finalmente si riuscirà ad avere un tetto sopra la testa in quel grigio blocco di cemento brulicante di telecamere e tornelli denominato Casa dello Studente? Quanti di noi prendono almeno una volta al giorno l’autobus? Quanti di noi fanno i pendolari perché non possono permettersi di mantenersi da fuorisede? In che modo la privatizzazione dell’Ataf (con il conseguente aumento di tariffa di biglietti e abbonamenti; il taglio di linee periferiche e altri disservizi) influisce sulla nostra quotidianità? Quanti di noi hanno lavorato o lavorano per pagarsi gli studi o per integrare il reddito dei propri genitori? Contratti
saltuari,precariato, lavoro a nero: quanto ci costa sopravvivere, ancora prima di fare gli studenti? Acosa ci serve il tirocinio, oltre a fornire alle aziende manodopera temporanea gratuita invece di assumere lavoratori retribuiti? E’ veramente così necessario e qualificante come ci dicono? Senza parlare poi della ricerca, ad uso e consumo dei profitti delle aziende, in barba ad una fantomatica libertà scientifica. Tutte queste cose seguono le linee guida generali della riforma del sistema formativo secondo criteri di aziendalizzazione.
L’università si fa azienda nelle modalità di gestione e nelle finalità della didattica e della ricerca. Il suo compito è formare forza lavoro dequalificata e sottomessa per ingrossare la schiera di lavoratori precari sottopagati con cui le imprese tentano di salvare i loro profitti.
I servizi vengono appaltati con grande disagio di lavoratori e studenti. I costi lievitano, intaccando l’accesso universale e l’uguaglianza, mentre le aziende ed enti come Confindustria siedono direttamente nei Consigli di Amministrazione facendo il bello e il cattivo tempo. Parallelamente, l’Università-azienda viene giustificata attraverso la retorica della meritocrazia, che scatena una feroce competizione tra gli studenti perchè solo chi è più produttivo sarà premiato. In quest’ottica, l’istruzione non è un diritto universale ma una preziosa opportunità che bisogna meritarsi.Sotto il velo della meritocrazia si nascondono tutte le differenzesocio-economiche che incidono sul percorso di studi di ognuno di noi, mentre civiene detto che siamo tutti uguali. Ma davvero lo siamo?
Uno studente lavoratore ha le stesse possibilità di chi non è costretto a lavorare per mantenersi? Chi proviene da una famiglia con un alto livello culturale è sullo stesso piano di chi parte da un livello più basso perché proviene da un contesto sociale difficile? Il punto è che non siamo solo studenti: così come l’istruzione è in stretta relazione con il mondo del lavoro, il nostro studiare all’università non può essere considerato separato dal resto della nostra vita quotidiana. Perciò non siamo vulnerabili solo da un punto di vista prettamente studentesco: chi ci governascarica sulle classi sociali più deboli i costi della crisi in molti modi, diretti ed indiretti.
Non ci vuole un particolare sforzo per sentire che la cinghia si stringe ogni volta di un altro buco, che è sempre più difficile per la maggior parte della popolazione fare le cose di sempre, come comprare da mangiare, prendere i mezzi pubblici, andare a scuola, farsi sfruttare sul posto di lavoro per mantenere la propria famiglia. Tuttavia, non siamo costretti a subire tutto questo! Probabilmente al di là dei percorsi canonici che ci vengono imposti dall’alto ci sono miriadi di sentieri invisibili da percorrere insieme per far fronte a questo stato di cose.
Un buon punto di partenza può essere quello di confrontare le nostre esperienze, aprire un dibattito e uno scambio di idee, solidarizzare l’uno con l’altro, organizzarci a partire dalla condivisione di determinati problemi fino ad ora relegati nella dimensione individuale, per arrivare alla condivisione di pratiche di lotta fino ad una soluzione. Potrà sembrare banale, ma il modo migliore per far sentire le nostre voci è quella gridare all’unisono che noi a farci calpestare non ci stiamo!
 

Pamphlet Lottando s’impara