COSA CAMBIA?

Ci avviciniamo sempre più velocemente al 4 dicembre, data del referendum costituzionale.

Questa legge cambierà l’assetto istituzionale del nostro paese. Come?

  • SUPERAMENTO BICAMERALISMO PARITARIO

La riforma non abolisce il Senato come molti credono ma prevede il mantenimento delle due Camere del Parlamento: la Camera dei Deputati e il Senato. Le modifiche più rilevanti riguarderanno le funzioni e la composizione di entrambe. La Camera sarà l’unica protagonista del procedimento legislativo, salvo in alcuni casi specifici (come leggi costituzionali e leggi riguardanti gli ordinamenti degli enti territoriali). Soltanto la Camera potrà conferire e revocare la fiducia al governo, avrà la funzione di controllo dell’operato dell’esecutivo e potrà convertire in legge i decreti legge emanati dal Governo, anche per le materie in cui la funzione legislativa è esercitata da entrambe le Camere.

  • “NUOVO” SENATO

Le funzioni del Senato proposto dalla riforma saranno notevolmente ridotte, limitandosi alle rappresentanze delle istanze territoriali e al raccordo e alla verifica dell’impatto delle politiche UE sul territorio. Diventa in questo modo solo un organo di connessione fra lo Stato, gli Enti locali (Regioni, Comuni, Città metropolitane) e l’Unione Europea. Per quanto riguarda invece la composizione, il numero dei senatori diminuirà da 315 a 100, con elezione indiretta: 95 sono scelti dai Consigli regionali e dalle Provincie autonome di Trento e Bolzano (74 tra i consiglieri regionali e 21 tra i sindaci) e i restanti 5 sono nominati dal Presidente della Repubblica.

  • COMPETENZE STATO-REGIONI

Verrà abolita la “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni. Numerose materie torneranno alla competenza esclusiva dello Stato centrale, tra cui energia, tutela della salute, politiche sociali, istruzione e formazione professionale, sicurezza del lavoro e rapporti con l’Europa. Le Regioni avranno competenza nelle materie non riservate allo Stato ma, su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica, economica o dell’interesse nazionale, ovvero la cosiddetta clausola di supremazia statale. Inoltre, il modello federale delle Regioni verrà sostituito da uno più competitivo, con premi alle regioni più virtuose e meritevoli nel pareggio di bilancio, andando quindi a vincolare qualsiasi autonomia politica delle regioni ed altri enti locali.

  • RIDUZIONE DEI COSTI

La propaganda per il Sì centra la sua campagna anche sulla riduzione dei costi, dicendo di risparmiare circa 500 milioni all’anno. Le cifre esatte in realtà non supereranno i 100 milioni, con un risparmio del cittadino di 1,5 euro, ovvero un caffè e una pasta.

  • ITALICUM

La riforma costituzionale, combinata con la nuova legge elettorale, patriotticamente chiamata “Italicum”, rappresenta un’ulteriore stretta autoritaria e antidemocratica.  Questa legge infatti assicura una maggioranza assoluta alla lista che ottiene il miglior risultato al primo turno, se supera il 40% dei voti; se ciò non avviene, si va al secondo turno tra i due partiti più votati e vince chi prende più voti, acquistando il 55% dei seggi alla Camera. Inoltre, verrà introdotto il meccanismo dei “capolista bloccati”: il capolista viene eletto automaticamente, mentre le preferenze possono essere espresse solo sugli altri candidati, avendo in questo modo una parte della Camera di nominati. Il meccanismo delle liste bloccate ed un premio di maggioranza svincolato dai voti raccolti sono proprio i motivi per i quali l’ultima riforma elettorale, il “Porcellum”, è stata dichiarata anticostituzionale.

 CHI C’È DIETRO LA RIFORMA?

Questa riforma è voluta esplicitamente dalle istituzioni finanziarie internazionali, dall’Unione Europea, da Confindustria e, in generale, dai grandi interessi economici.  Infatti, proprio la banca di investimenti statunitense J.P. Morgan, ha pubblicato un documento nel maggio del 2013 in cui criticava le Costituzioni europee per essere troppo “socialiste”, proponendone alcune modifiche: rafforzamento dell’esecutivo nei confronti del Parlamento, maggiore capacità decisionale dello Stato rispetto alle Regioni, eliminazione dalla Costituzione della tutela del diritto del lavoro e maggiore repressione delle opposizioni.

Anche la Commissione Europea e le istituzioni comunitarie hanno da sempre sostenuto misure di un cambiamento costituzionale verso un maggior potere all’esecutivo, oltre che imporre misure di austerity e di taglio allo stato sociale. Infatti, nella lettera inviata nel 2011 dalla BCE al Governo italiano, firmata da Draghi e Trichet, si “invita” l’Italia ad adottare una serie di misure quali: privatizzazioni su larga scala, una disciplina sui licenziamenti, manovre volte al pareggio di bilancio attraverso tagli, una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.

Inoltre, l’appoggio di tutti i grandi gruppi imprenditoriali – soprattutto Confindustria, secondo cui la riforma costituzionale rappresenta “una scelta a favore della governabilità, della competitività e della responsabilità” – mostrano ancora una volta quali interessi padronali si celano dietro il Governo Renzi e le sue politiche.

Infine, Obama e l’ambasciatore statunitense in Italia, John Phillips, si sono palesemente schierati per il Sì affermando che “la riforma costituisce una speranza ed un’opportunità per la stabilità di Governo per attrarre investimenti stranieri in Italia”.

Se questi sono gli interessi che appoggiano questa riforma, allora è ancora una volta più importante schierarsi per il No e organizzarsi per contrastarli.

  • COSA COMPORTA?

Questa riforma, accentrando il potere nelle mani del Governo e limitando i poteri di controllo e indirizzo delle Camere, porta inevitabilmente ad un sistema sempre più autoritario, incentrato sul mantra della “governabilità”. Una governabilità che si mostra in pieno nella nuova legge elettorale, che assicura il 55% dei seggi alla “maggiore minoranza”, a discapito della rappresentatività e del pluralismo politico.

La riforma inoltre darà la possibilità al Governo di dettare l’agenda del parlamento, iscrivendo con priorità un disegno di legge ritenuto essenziale, da votare entro 70 giorni. Già da tempo il Governo utilizza lo strumento dei decreti legge e delle leggi delega anche per imporre con più facilità misure antipopolari bypassando il dibattito parlamentare. Tutto ciò porta ad uno svuotamento di poteri delle Camere e ad un rafforzamento dell’Esecutivo. Il Senato sarà depotenziato, la Camera non avrà opposizione (anche grazie all’Italicum) e l’Esecutivo agirà indisturbato. Sarà quindi il Governo, avendo a disposizione armi più affilate, ad imporre le proprie politiche di attacco ai diritti sociali e politici e alle condizioni di vita dei lavoratori e delle classi subalterne. Esiste un filo rosso che lega la riforma costituzionale a provvedimenti quali la Buona Scuola ed il Jobs Act, che hanno promosso una scuola sempre più autoritaria e d’élite ed un sistema lavorativo incentrato sulla precarietà e sulla ricattabilità. Oppure le politiche universitarie, come lo Student Act o le precedenti riforme, che hanno spinto verso il modello dell’università-azienda, sempre meno accessibile e con una presenza dei privati negli organi decisionali.

Queste misure antipopolari saranno più facilmente attuabili nel nuovo scenario istituzionale proposto dalla riforma. L’attacco ai diritti sociali e politici e agli spazi democratici si inserisce in un periodo di crisi del sistema economico, che spinge il Governo a smantellare le tutele sociali per favorire lo sfruttamento e la ricattabilità dei lavoratori. La più grave crisi economica nella storia del capitalismo alimenta la guerra e la competizione internazionale e l’Italia, infatti, è impegnata in numerosi teatri, come ad esempio la Libia, l’Iraq e il Kosovo. Il nostro paese è il secondo stato europeo per numero di soldati impegnati in missioni all’estero e ai primi posti nell’esportazione di armi.

Ed un’ulteriore novità è stata introdotta nella riforma e specifica che “la Camera dei Deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari”; l’ultima parola la tiene il Presidente della Repubblica – non una grande garanzia -. Uno stato di guerra che sarà possibile approvare soltanto con i voti del solo partito al potere (grazie all’Italicum) senza mediazioni e opposizioni e che darà poteri illimitati al governo per continuare a portare avanti le loro guerre d’aggressione e le misure di austerità, andando a colpire nuovamente i lavoratori e le classi subalterne. Come, ad esempio, il Governo francese è riuscito a far approvare la recente riforma del lavoro, nonostante le numerose e forti proteste, grazie alla dichiarazione dello stato di emergenza (con la scusa dell’ISIS) e alla conseguente stretta repressiva ed autoritaria.

Perciò, all’interno degli stati, questo contesto di crisi porta inevitabilmente ad una maggiore repressione e controllo sociale. Si avverte infatti tutti i giorni un clima repressivo che investe scuole, università e posti di lavoro. Ne sono un esempio nei luoghi di formazione le telecamere, i voti in condotta ed un clima sempre più autoritario e di riduzione delle libertà. Nei luoghi di lavoro, assistiamo sempre più a licenziamenti illegittimi funzionali a rendere i lavoratori passivi e ricattabili e ad un attacco generalizzato ai diritti lavorativi e politici. Non scordiamo la morte di Abd El Salam, lavoratore della GLS di Piacenza, ucciso a settembre durante uno sciopero e le numerose cariche della polizia ai picchetti, come quella del 21 ottobre durante lo sciopero generale ai Magazzini Generali di Torino.

Infine, assistiamo ad una crescente militarizzazione delle piazze ed un controllo sempre più stringente attraverso l’uso di telecamere e la presenza di militari armati di mitra nelle nostre città. La repressione delle opposizioni al governo e il controllo sociale sono in realtà l’altra faccia della governabilità, espressamente appoggiata ed osannata da chi vuole questa riforma costituzionale.  Perciò, questa governabilità significa nient’altro che la “stabilità” del Governo per continuare ancora più facilmente a imporre misure antipopolari, a fare guerre a giro per il mondo e a reprimere chiunque si opponga a questo stato di cose.

  • CHE COSA FARE?

Il primo passo è sicuramente andare a votare NO il 4 dicembre al referendum sulla riforma costituzionale, dando in questo modo un segnale chiaro al Governo Renzi, al PD e a tutti gli interessi che la sostengono.

La risposta però non si può limitare al singolo voto ma deve essere sostenuta e portata avanti, mobilitandosi contro questa riforma e tutte le altre politiche di austerità e di tagli. Perciò, noi, come studenti e futuri lavoratori, dobbiamo impegnarci in prima persona ed organizzarsi, prima e dopo il voto, per contrastare queste manovre repressive e autoritarie, per un’istruzione di massa e libera da logiche di profitto e per un futuro senza guerra, precarietà e sfruttamento.

BASTA UN SÌ? #maancheNO!

 

Collettivo Politico * Scienze Politiche

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