colpolI docenti di Scienze Politiche dell’Università di Firenze si schierano contro la libertà di espressione all’interno delle aule universitarie: questo è quello che si evince leggendo l’appello di solidarietà al prof. Angelo Panebianco, apparso nei giorni scorsi su alcuni quotidiani. In questo modo i docenti firmatari hanno voluto prendere parte alla violenta campagna mediatica volta a criminalizzare gli studenti di Bologna che hanno “osato” contestare le posizioni guerrafondaie di Panebianco. La loro “colpa” sarebbe quella di aver “minacciato” ed “aggredito” il Professore bolognese, semplicemente esprimendo una posizione netta per la pace e contro l’intervento italiano in Libia.

LA GUERRA ALL’UNIVERSITA’?
La guerra che Panebianco propaganda cinicamente nelle sue lezioni è il seguito di quella combattuta nel 2011 per rovesciare il regime di Gheddafi, reo di aver solo pensato ad una unione economica africana; una guerra che ha portato a colpol1conseguenze devastanti: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito. Con lo spauracchio dell’ISIS e dell’instabilità geopolitica, professori universitari, giornalisti ed eminenti mezzibusti cercano di convincerci che l’intervento armato sia inevitabile e necessario per difendere l’interesse nazionale… Il “nostro” e quello dei libici, ovviamente. Ma il vero scopo non è certo combattere la minaccia reazionaria dell’ISIS. Ce lo “svela”, ad esempio, un lucido articolo di Alberto Negri sul Sole24Ore: «La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi». Del resto, l’Italia è già in guerra da decenni: dopo la Francia siamo il paese europeo con più militari all’estero. I soldati in Iraq e Afghanistan, le missioni umanitarie in ex-Jugoslavia, la guerra al terrorismo internazionale sono solo alcuni esempi delle “nostre” guerre in giro per il mondo, che hanno provocato e continuano tuttora a provocare morte e disperazione tra i civili inermi e le ondate di profughi che scappano da queste atrocità, per trovarsi poi respinti alla frontiera della “fortezza Europa”.

DIFENDIAMO LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE!
Noi, che non riconosciamo il reato di “lesa maestà”, esprimiamo solidarietà ai contestatori e ci chiediamo perché i docenti fiorentini abbiano deciso di difendere acriticamente il “barone della guerra” Panebianco. Si tratta di mera solidarietà tra baroni? Come mai, allora, quasi nessuno di loro ha sentito il bisogno di aderire all’appello di solidarietà verso i loro colleghi docenti universitari turchi, licenziati ed arrestati per essersi espressi pubblicamente a favore della la pace e contro il genocidio in Kurdistan?
La cosa più grave, su cui bisogna aprire una seria riflessione, è che il divieto di criticare legittimamente il pensiero unico dominante viene imposto proprio mediante il paravento della «libertà di espressione», del «civile confronto di idee», degli «ideali di tolleranza e di nonviolenza». Davvero i docenti della Cesare Alfieri credono, come scritto nel loro appello, che questa sia la «prima lezione» che impartiscono a noi studenti? Evidentemente si tratta di una libertà a senso unico, utile a legittimare la violenza degli oppressori contro gli oppressi. Chi si organizza per far sentire la propria voce, invece, non può essere tollerato, soprattutto se lo fa all’interno degli atenei: l’università di classe mostra di nuovo il suo volto repressivo e la sua vera funzione sociale, quella di sterilizzazione del pensiero critico, di riproduzione dell’ideologia dominante e di veicolo dei dogmi del capitale e dell’imperialismo. Lo abbiamo visto anche qui a Firenze, quando contestammo l’inquisitore dei NOTAV Giancarlo Caselli (vedi: http://www.colpolfirenze.org/firenze-chi-zittisce-chi-appello-contro-la-criminalizzazione-del-dissenso-alluniversita/ ) o quando l’allora Rettore Alberto Tesi provò (senza successo) ad impedire la proiezione di “Israele il cancro” allo Spazio Autogestito Novoli, un documentario sui crimini dell’occupazione israeliana della Palestina.
Ci sembra assolutamente strumentale – oltre che demenziale – affermare che un professore universitario sia privato della “libertà di espressione” da un gruppo di contestatori, quando ha a disposizione le colonne del quotidiano più influente del paese. Bisogna difendere, piuttosto, la libertà di opinione e di espressione del dissenso degli studenti: a chi non dispone dei potenti mezzi mediatici, né di altri pulpiti, cattedre e platee, non resta che lo strumento legittimo della contestazione. L’università è da sempre terreno di lotta politica, perciò se Panebianco non tollera dissensi nella sua aula, allora farebbe bene a restarsene a casa, piuttosto che portare le sue idee politiche reazionarie in cattedra. Ancora più grave è rivolgersi alla magistratura e denunciare gli studenti per “interruzione di pubblico servizio”. Non si tratta di un semplice “colpo basso” o di una vigliaccata ma è l’altra faccia della guerra: bombe fuori dai confini e repressione sul piano interno. In guerra non è ammesso protestare o criticare, nessun disfattismo può essere tollerato. La censura, la repressione e la criminalizzazione del dissenso sono infatti le armi con cui si vuole tappare la bocca a chi porta posizioni diverse. L’unico “libero pensiero” ammesso è quello del potere.
Per concludere, non vogliamo certo ridurre la faccenda all’ormai logoro «Non sono d’accordo con quello che dici, ma…», piuttosto preferiamo «sederci dalla parte del torto», condannando l’ipocrisia dei docenti fiorentini di Scienze Politiche ed esprimendo solidarietà ai/alle compagn* dei collettivi studenteschi di Bologna, che hanno giustamente contestato Panebianco con la sua retorica guerrafondaia. Non ci faremo arruolare nelle vostre guerre!

Vostre le guerre, nostri i morti!
Fuori la guerra dall’università!